La questione demaniale in Basilicata

La questione demaniale in Basilicata

L’abolizione della feudalità, proclamata da Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, e la soppressione delle corporazioni religiose, avviarono nel Mezzogiorno e in Basilicata un processo di trasferimento della proprietà della terra e di conversione produttiva, che incise profondamente sul tessuto agrario e quindi sugli equilibri sociali. Attraverso l’assegnazione di quote di terre demaniali, il progetto napoleonico mirava a creare uno strato maggioritario di piccoli proprietari, che avrebbe dovuto costituire il sostegno della monarchia. La vendita dei beni ecclesiastici, oltre a finanziare la corona avrebbe trasferito nelle mani della borghesia agraria un immenso patrimonio fondiario, precedentemente improduttivo e quindi sottratto al mercato. La ripartizione delle terre demaniali, sia pur protrattasi per più di un secolo, modificò sensibilmente il paesaggio agrario. In un’economia ancora in gran parte fondata sullo sfruttamento comune delle risorse naturali, gli strati più poveri della società, privati di quella fonte di sostentamento, non furono in grado, per mancanza di capitali, di rendere redditizia l’agricoltura.
L’aspirazione alla terra e la delusione per le modalità di assegnazione furono fonte di continue agitazioni popolari soprattutto nel Melfese e nel Materano.
Non a caso, sia nel periodo borbonico che dopo l’unità, le quotizzazioni demaniali avvennero nei momenti di maggiore tensione politica e sociale.
L’effetto non secondario di questo processo fu la consistente diminuzione delle aree boschive: furono risparmiati solo quei boschi la cui conservazione era indispensabile per l’approvvigionamento di legna da ardere e per l’edilizia. Il depauperamento del patrimonio boschivo della regione divenne selvaggio dopo l’unità, sia per le esigenze militari di repressione del brigantaggio, sia per finanziare i programmi di lavori pubblici.
Intere foreste, come quella di Monticchio nella regione del Vulture, vennero concesse a società finanziarie che operavano nel campo delle costruzioni ferroviarie. L’inchiesta Zanardelli del 1902, preludio alla legge per la Basilicata di due anni dopo rilevò che nell’arco di un quarantennio il patrimonio boschivo lucano si era dimezzato, mentre buona parte di quei terreni erano stati abbandonati perché divenuti sterili dopo pochi anni.